La circolare ministeriale n. 3/DF ha chiarito molti punti critici relativi all’applicazione del nuovo tributo “municipale”.

Per quanto concerne, in particolare, il trattamento dei fabbricati strumentali rurali, ha ribadito un concetto che poteva evincersi dal combinato disposto delle disposizioni al riguardo contenute nell’art. 13, D.L. n. 201 del 2011.

L’abrogazione dell’art. 7, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, D.L. n. 70/2011, operata in sede di conversione del decreto in commento, e l’inserimento della previsione di una iscrizione “a regime” al catasto edilizio urbano di tutti gli immobili aventi le caratteristiche di ruralità che attualmente risultano iscritti, senza rendita, al catasto terreni, e di un decreto ministeriale che stabilisce le modalità per l’inserimento negli atti catastali della sussistenza del requisito di ruralità, ha indotto fin da subito a ritenere che il requisito di ruralità fosse ancorato esclusivamente agli aspetti “sostanziali”.

Nota bene

L’art. 9, comma 8, D.Lgs. n. 23/2011 richiama l’art. 9, comma 3-bis, D. L. n. 557/1993, il quale stabilisce che “ai fini fiscali deve riconoscersi carattere di ruralità alle costruzioni strumentali necessarie allo svolgimento dell’attività agricola di cui all’articolo 2135 del codice civile e in particolare destinate:

a) alla protezione delle piante;

b) alla conservazione dei prodotti agricoli;

c) alla custodia delle macchine agricole, degli attrezzi e delle scorte occorrenti per la coltivazione e l’allevamento;

d) all’allevamento e al ricovero degli animali;

e) all’agriturismo, in conformità a quanto previsto dalla legge 20 febbraio 2006, n. 96;

f) ad abitazione dei dipendenti esercenti attività agricole nell’azienda a tempo indeterminato o a tempo determinato per un numero annuo di giornate lavorative superiore a cento, assunti in conformità alla normativa vigente in materia di collocamento;

g) alle persone addette all’attività di alpeggio in zona di montagna;

h) ad uso di ufficio dell’azienda agricola;

i) alla manipolazione, trasformazione, conservazione, valorizzazione o commercializzazione dei prodotti agricoli, anche se effettuate da cooperative e loro consorzi di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228;

l) all’esercizio dell’attività agricola in maso chiuso”.

A conferma di tale importantissima conclusione, la citata circolare ha precisato che l’IMU colpisce i fabbricati rurali strumentali ricompresi nell’elenco di cui all’art. 9, comma 3-bis, D.L. n. 557/1993, a prescindere dalla categoria catastale di appartenenza e quindi anche nel caso in cui detti immobili siano accatastati in una delle categorie dei gruppi ordinari e non in D/10, ai quali “si può certamente riconoscerne la strumentalità e conseguentemente l’applicazione del regime di favore ai fini IMU”.

 

La circolare utilizza, a riprova della correttezza di tale interpretazione, l’esempio – di cui alla lettera f) dell’art. 9, comma 3-bis – degli immobili (strumentali) ancorché a destinazione abitativa, i quali non possono mai rientrare nella categoria D/10, e quelli classati nelle categorie C/1, C/2, C/6 etc., in ottemperanza alle vigenti norme catastali.

Nota bene

La classificazione dell’immobile nella categoria catastale D/10 individua i “fabbricati per funzioni produttive connesse alle attività agricole”, nel caso in cui le caratteristiche di destinazione e tipologiche siano tali da non consentire, senza radicali trasformazioni, una destinazione diversa da quella per la quale furono originariamente costruite come fabbricati rurali strumentali.

Tra le questioni che meritano ancora una particolare attenzione e una conferma da parte degli organi ministeriali, vi sono quelle relative alle serre e agli impianti fotovoltaici.

Ci si chiede, infatti, se sia dovuta l’IMU sugli impianti fotovoltaici e se si possono considerare “fabbricati strumentali rurali”, gli impianti condotti da imprese agricole nei limiti dell’esercizio di attività “connesse”.

Con la risoluzione n. 3/T del 2008, infatti, l’Agenzia del Territorio ha affermato che gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti fotovoltaiche sono assoggettati all’obbligo di accatastamento.

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 38/E del 2010 [cfr. quesito 1.8.a), con il quale l’Agenzia ribadisce che l’impianto fotovoltaico situato su un terreno non costituisce impianto infisso al suolo in quanto normalmente i moduli che lo compongono (i pannelli solari) possono essere agevolmente rimossi e posizionati in altro luogo, mantenendo inalterata la loro originaria funzionalità (posizione già affermata con la circolare n. 46/E del 2007)] aveva – per altri fini, seppur apparentemente “in contrasto” con il suddetto documento del Catasto – sostenuto che si è in presenza di beni immobili quando non è possibile separare il bene mobile dall’immobile (terreno o fabbricato) senza alterare la funzionalità dello stesso o quando per riutilizzare il bene in un altro contesto con le medesime finalità debbono essere effettuati antieconomici interventi di adattamento.

In attesa di una pronuncia che ponga fine alla vexata quaestio circa la natura mobiliare o immobiliare degli impianti in parola, si deve propendere per la sussistenza dell’obbligo di iscrizione in catasto e – conseguentemente – per l’assoggettabilità all’IMU.

Tuttavia, in caso di impianto posseduto da una impresa agricola, e di produzione di energia considerabile “attività connessa” ai sensi dell’art. 1, comma 423, della legge n. 266/2005 (come interpretata nella circolare n. 32/E/2009), si ritiene che i “fabbricati” medesimi possano rientrare tra quelli considerabili “rurali strumentali”, pertanto assoggettati al pertinente regime IMU (esenzione, se ricadenti in Comuni montani o parzialmente montani, ovvero aliquota “ridotta” dello 0,2%) e per i quali è obbligatoria la presentazione della domanda di riconoscimento della ruralità entro il 30 giugno 2012.

Per quanto attiene alle serre, l’Agenzia del Territorio, con circolare n. 3 del 1993 ha operato la significativa distinzione fra le cosiddette “colture specializzate in serra” ed i manufatti, qualificati “serra”, destinati alla mera “protezione delle piante”.

fabbricati rurali strumentali

Le prime sono quelle colture richiedenti speciali apparecchiature di riparo e/o riscaldamento e, pertanto, sono parificate redditualmente alla coltura di maggior reddito presente in ciascuna provincia.

Nota bene

Nella “Guida fiscale per il settore agricolo” (n. 2 del 2004), l’Agenzia delle Entrate ha precisato che con “riferimento ai terreni adibiti alle colture prodotte in serra mentre ai fini delle imposta dirette si assume, in mancanza della corrispondente qualità nel quadro di qualificazione catastale, la tariffa di reddito dominicale e agrario più elevata in vigore nella provincia, non essendo tale criterio espressamente previsto dalla normativa ICI, a tali fini il valore di riferimento per il calcolo dell’imposta dovuta è rappresentato dalla tariffa di reddito dominicale risultante in catasto”.

I fabbricati “serra” sono i manufatti adibiti allo stoccaggio delle piante prodotte in azienda e, ai sensi dell’art. 2 del DM n. 28 del 1998, devono considerarsi “unità immobiliari” le strutture ancorate o infisse al suolo, di qualunque materiale costituite (in sostanza, devono considerarsi tali le strutture ancorate stabilmente al suolo e ricoperte, ad esempio, da teloni rigidi).

Fabbricati rurali strumentali

In conclusione, nel caso di terreni adibiti alle colture prodotte in serra si dovrebbero applicare le regole relative ai terreni, mentre alle serre “da accatastare” quelle dei fabbricati rurali strumentali.

Nota bene

Ai fini dell’IMU, l’art. 13, comma 5, D.L. n. 201/2011 stabilisce espressamente che per i terreni agricoli il valore è costituito da quello ottenuto applicando all’ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, vigente al 1° gennaio dell’anno d’imposizione, rivalutato del 25 per il moltiplicatore 110 o 130. Atteso, inoltre, che l’art. 8, comma 1, D.Lgs. n. 23/2011, prevede che l’IMU sostituisce, per la componente immobiliare, l’IRPEF in relazione ai redditi fondiari relativi a beni non locati, sembra doversi evincere che per il calcolo dell’imposta sia comunque necessario fare riferimento a quanto disposto dall’art. 28, comma 4-bis), TUIR.

 

Domenico Buono