Una storica sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo impone al nostro Paese di adeguare la normativa e permettere alle madri di dare il proprio cognome ai figli.

Leggi l’articolo de Il Sole 24 Ore del 7/1/2014
Mamma e papà hanno pari dignità davanti all’anagrafe. E pari “peso” nella scelta del cognome da attribuire ai figli. Per questo la normativa italiana che impone in via esclusiva il cognome paterno alla nascita di un bambino è discriminatoria nei confronti delle donne. E va cambiata. Poco importa che la legislazione preveda la possibilità di cambiare nome nel corso della vita, perché la rigidità delle leggi che regolano l’attribuzione del cognome alla nascita è di per sé contraria all’articolo 14 della Convenzione dei diritti umani. Quello cioé che stabilisce il godimento dei diritti e delle libertà a prescindere da sesso, razza, colore, lingua, religione e opinione. E che si combina con l’articolo 8, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, in un muro invalicabile a tutela delle decisioni paritetiche dei genitori senza intrusioni da parte dello Stato.

Lo ha stabilito questa mattina la Corte europea dei diritti umani in una sentenza che di fatto cambia uno dei pilastri del diritto di famiglia italiano. I giudici di Strasburgo hanno ribadito «l’importanza del progresso verso l’uguaglianza di genere e l’eliminazione di qualsiasi discriminazione basata sul sesso nella scelta del nome». E ancora: «Se la regola che attribuisce ai figli il nome paterno può essere necessaria, nella pratica, regola che non necessariamente è in conflitto con la Convenzione dei diritti umani, l’impossibilità di derogarvi al momento della registrazione dei neonati nei registri civili è troppo rigida e discriminatoria nei confronti delle donne».

La vicenda. Il caso è approdato davanti alla Corte dei diritti dell’uomo dopo un’odissea giudiziaria affrontata da due coniugi milanesi che alla nascita della loro primogenita avevano deciso di darle il cognome materno. Ma per la legge italiana niente da fare: la normativa infatti prevede la sola attribuzione di quello del padre senza eccezioni di sorta. I due genitori avevano adito, senza successo, tutti i gradi di giudizio. Finché la Corte di cassazione ha aperto un incidente costituzionale davanti alla Consulta. Qui il ricorso però è stato respinto, sebbene i nostri giudici costituzionali abbiano però riconosciuto che «il sistema attuale è il risultato di una concezione patriarcale della famiglia e dei poteri del marito che aveva le sue radici nel diritto romano e non era quindi più compatibile con il principio costituzionale di uguaglianza tra uomo e donna». Tornata in Cassazione, la Suprema corte non ha potuto fare altro che registrare la decisione della Consulta e respingere il ricorso. Con un’altra piccola vittoria morale dei ricorrenti. Anche secondo gli ermellini infatti la norma era palesemente retaggio della cultura patriarcale ma che spettava al Parlamento cambiarla e “attualizzarla”. A quel punto i genitori della piccola hanno inviato richiesta al ministro dell’Interno di poter aggiungere il nome materno a quallo paterno attribuito alla bambina. Cosa che è stata loro concessa con un decreto del Prefetto di Milano risalente al 2012. La Cedu. Un’autorizzazione quindi a seguito di una procedura amministrativa e non giudiziaria. E che per giunta ha sanato solo parzialmente il desiderio di poter scegliere il nome materno per la bambina. Prende le mosse da qui il ragionamento dei giudici di Strasburgo che ha respinto tutte le argomentazioni del Governo italiano. Tra questi anche la circostanza dell’entrata in vigore del Dpr n.396 del 3 novembre 2000 che all’articolo 84 stabilisce che «chi vuole cambiare il nome o aggiungere un altro al suo nome deve farne richiesta al ministero dell’Interno indicando i motivi». Il Governo italiano – si legge nella ricostruzione della vicenda da parte dei giudici di Strasburgo – ha sostenuto che non vi fosse alcuna interferenza nella vita privata e familiare dei ricorrenti che avevano a loro disposizione un rimedio efficace davanti al Prefetto».

Ma la Corte ha dato ragione ai genitori. «È vero che come il Governo ha sottolineato l’articolo 84 del Dpr 396 del 2000 prevede la possibilità di un cambio di nome – ha detto la Cedu –. Tuttavia dobbiamo distinguere tra la determinazione del nome alla nascita dalla possibilità di cambio del nome durante la vita ». E nella fattispecie – hanno osservato – si è trattato di una mera “sommatoria” del cognome materno a quello paterno. Una soluzione quindi solo parziale e comunque sbilanciata nei confronti del padre.
Ora la palla passa all’Italia. Che dovrà mettersi in regola con la decisione di Strasburgo. E modificare la legge in chiave paritetica tra uomo e donna al momento dell’attribuzione del cognome ai neonati