La sentenza in esame si occupa del tema della “volgarizzazione” di talune espressioni, le quali tuttavia, se indicative di mero fastidio in capo al soggetto attivo e non anche di disprezzo nei confronti del percipiente, non possono essere sussunte sotto la fattispecie incriminatrice del delitto di ingiuria.
di Salvatore Crimi

Il caso

Nel corso di una disputa in materia di diritto al parcheggio, l’imputato avrebbe profferito la frase “oggi mi hai cacato il cazzo”.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che l’espressione, certamente volgare e perciò inaccettabile dal punto di vista del comunicare sociale, sia purtroppo tanto diffusa da avere col tempo perduto la sua potenzialità lesiva.

Involuzione dei costumi e norme di cultura (kulturnormen)

La Nomofilachia non ha potuto far altro che prendere atto del decadimento dei costumi e del lessico adoperato tra i consociati nei rapporti interpersonali.

Da una parte sta la sensibilità dell’uomo medio, dall’altra la diffusione dell’uso di un linguaggio basso in ambito teatrale e cinematografico, soprattutto negli strati sociali a più basso tasso di scolarizzazione.

Le espressioni oggettivamente scurrili sono accolte dai percipienti talora con indifferenza, altre volte con ilarità ovvero con risentimento.

Soltanto in tale ultimo caso si potrà investigare della rilevanza penale della condotta comunicativa.

E per procedere in tale operazione occorrerà avere riguardo alle personalità dell’offensore e dell’offeso, nonché al contesto sociale di riferimento.

L’art. 594 c.p. “descrive” e punisce la condotta del quivis de populo che offenda l’onore o il decoro di una persona presente.

Evidentemente, la norma penale deve essere riempita.

In tale ambito giocano un ruolo determinante le norme di cultura (o kulturnormen; basti penare alla valenza attuale della nozione di “atto osceno”), vale a dire quelle norme influenzate dall’evoluzione o dal decadimento dei costumi e che agevolano l’adattamento della norma giuridica all’avanzamento dei tempi.

Infatti, il diritto vivente ha preso atto di tale “esigenza”, affermando che la condotta verbale di un soggetto, pur rappresentativa di una maleducata e volgare manifestazione di insofferenza, se collocata all’interno di un discorso che si svolge tra soggetti in posizione di parità ed in risposta a frasi che non postulano, per serietà e importanza del loro contenuto, manifestazione di specifico rispetto, non integra la fattispecie di cui all’art. 594 c.p. e ciò anche qualora vengano utilizzate parole o frasi che, pur rappresentative di concetti osceni o a carattere sessuale, sono diventate di uso comune tanto da prendere il posto, nel linguaggio corrente, di altre aventi significato diverso (v. Cass. Pen., Sez. V, 23 maggio 2007, n. 27966).

La decifrabilità dell’area operativa della norma incriminatrice è da riferire, quindi, alla idoneità lesiva della condotta (tipica) rispetto al bene giuridico protetto dal precetto primario.

La coscienza sociale, dunque, pur se sconforta un tale dato, accetta l’uso di un linguaggio sconveniente quando non anche volgare, con la conseguenza che l’intervento della sanzione penale deve restringersi alle sole ipotesi in cui le espressioni comunichino disvalore sulle qualità della persona offesa.

A tal fine non potrà prescindersi, come detto, dall’analisi del contesto comunicativo all’interno del quale l’espressione sub judice sia stata profferita.

Alla luce di tali percorsi logico-argomentativi la Corte di Cassazione ha ritenuto che nella concreta situazione di vita l’espressione, pur scurrile utilizzata in presenza di una donna, non fosse volta a ledere il di lei onore, ma a semplicemente sottolineare un sentimento di fastidio nel contesto di una controversia per motivi di parcheggio.

Cass. Pen., Sez. V, 8 aprile 2014, n. 15710